Ricordare il passato per proteggere il presente: la sicurezza non può essere una memoria selettiva
24 Feb 2026
Editoriale di Vincenzo Piscozzo, Segretario Generale Unione Sindacale Italiana Finanzieri (USIF)
Il 23 febbraio non è soltanto una data. È una ferita. È un richiamo. È una responsabilità.
A Brindisi, ventisei anni fa, lo Stato ha pagato un prezzo altissimo. Due giovani finanzieri, Alberto De Falco e Antonio Sottile, furono mandati a fronteggiare un’organizzazione criminale feroce con mezzi inadeguati. Tutti i colleghi in Puglia in quel periodo avevano mezzi inadeguati per fronteggiare una criminalità spregiudicata. Una Fiat Punto contro un blindato. Non fu solo uno scontro fisico. Fu la rappresentazione concreta di uno squilibrio che non dovrebbe mai esistere: quello tra il dovere richiesto e la protezione garantita.
Ricordare oggi non è un esercizio retorico. È un atto di verità.
Perché il punto non è ciò che è accaduto allora. Il punto è ciò che accade ancora oggi.
Viviamo in un tempo in cui il personale della Guardia di Finanza viene impiegato sempre più frequentemente in servizi di ordine pubblico, spesso come dispositivo di rinforzo in contesti complessi e ad alto rischio. Le pattuglie del 117, nate per una finalità ben precisa, si trovano sempre più spesso esposte in prima linea, diventando, nei fatti, l’anello più vulnerabile del sistema.
Non per mancanza di professionalità. Non per carenza di coraggio. Ma per assenza di condizioni adeguate.
Sul piano psicologico, questo genera una frattura silenziosa. L’operatore avverte il peso della responsabilità, ma percepisce anche la fragilità della propria tutela. Si alimenta una condizione di stress operativo latente, una tensione costante che non nasce dalla paura del dovere, ma dalla consapevolezza di non avere sempre gli stessi strumenti, le stesse garanzie, le stesse protezioni di altri colleghi della PS e CC impegnati nei medesimi scenari.
Sul piano sociale, si crea una distorsione pericolosa: si dà per scontata la disponibilità assoluta dei finanzieri, senza interrogarsi fino in fondo su ciò che lo Stato, in cambio, deve loro garantire.
E qui emerge il nodo più delicato: quello normativo e strutturale.
Il sistema attuale non ha ancora completato quel percorso necessario ad allineare pienamente mezzi, dotazioni e tutele operative ai mutati scenari di rischio. Non è una questione di rivendicazione sindacale. È una questione di equilibrio. È una questione di giustizia.
Perché uno Stato credibile non chiede sacrifici che non è disposto a proteggere.
Il confronto con altre realtà non deve alimentare divisioni, ma consapevolezza. Quando vediamo pattuglie di altre Forze di polizia dotate di mezzi più protetti per servizi analoghi, la domanda non deve essere polemica. Deve essere istituzionale: perché non tutti gli operatori dello Stato ricevono lo stesso livello di sicurezza?
La risposta non può essere il silenzio.
Dal punto di vista comunicativo, il rischio più grande è l’assuefazione. Quando una criticità diventa cronica, smette di fare notizia. Quando smette di fare notizia, smette di esistere nel dibattito pubblico. E quando smette di esistere nel dibattito pubblico, smette di essere una priorità.
È così che nascono le tragedie annunciate.
Per questo la memoria di Brindisi non può essere confinata alle corone di fiori. Deve diventare una direzione. Deve trasformarsi in scelte concrete.
La sicurezza degli operatori non è una concessione. È un dovere dello Stato.
Garantire mezzi adeguati, dotazioni idonee e un quadro normativo coerente non significa privilegiare una categoria. Significa proteggere la funzione che quella categoria svolge per l’intera collettività.
Perché ogni volta che un servitore dello Stato sale su un’auto di servizio, non sta compiendo solo un gesto professionale. Sta compiendo un atto di fiducia.
E la fiducia, quando viene tradita, ha un costo che nessuna commemorazione potrà mai restituire.
Il modo più autentico per onorare Alberto De Falco e Antonio Sottile non è soltanto ricordarli.È impedire che accada di nuovo.Perché lo Stato non deve avere bisogno di eroi.Deve avere il dovere di proteggerli, prima.
Vincenzo Piscozzo











